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La Signoria dei Poveri

Già dal sec. VI e poi durante i secoli successivi fino al XIII - nel crollo di ogni sicurezza e di ogni stabilità della vita civile, con la caduta dell'Impero Romano e di tutta l'organizzazione amministrativa e politica, e con le invasioni barbariche che devastavano il territorio, razziavano le proprietà e mettevano a repentaglio la vita di tutti - proprietari di latifondi e coloni facevano dono delle loro proprietà ai grandi monasteri, sia per acquistarsi meriti spirituali e per la salvezza della loro anima o di loro parenti, sia per mettere se stessi e i loro beni sotto la protezione potente ed efficace di quegli enti privilegiati e resi intoccabili da Imperatori e Papi e con la speranza o certezza di vedersene ritornare i redditi in virtù di concessione loro fatta dal monastero stesso a titolo di affitto. Fonte AvellanaIn virtù di queste donazioni il monastero di Fonte Avellana costituisce, già nel XII secolo, un solido e imponente patrimonio terriero, una vera e propria signoria rurale. A fronte del costituirsi e incrementarsi di questo patrimonio, di gran lunga eccessivo al loro fabbisogno, venne naturale per i monaci porsi il problema se tale situazione fosse compatibile con l'originaria regola e finalità monastica e con lo spirito evangelico. Di certo l'eremo non era nato per ammassare terre e accumulare denaro, ma per la contemplazione, la preghiera e la penitenza. S. Pier Damiani aveva voluto, però, che l'austera vita solitaria o comunitaria dei suoi monaci non fosse fine a se stessa, ma strumento e tramite di elevazione morale e sociale per la gente che viveva di fuori. Egli aveva detto ai monaci che non dovevano mai allontanarsi dalle ristrettezze della vita eremitica e contemplativa e, insieme, che mai dovevano intiepidire o smorzare il fervore di carità e misericordia verso i poveri. A riguardo di questa carità, come dovesse essere esercitata in concreto nella realtà sociale, S. Pier Damiani non aveva fatto progetti nè dato precetti, tranne un'indicazione molto generica: di accettare e ospitare chi avesse bussato alla porta dell'eremo, e di soccorrere la gente in casi di carestia. Sicché i monaci si regolavano di volta in volta secondo l'ispirazione e le possibilità del momento. Questo fatto nuovo e imbarazzante, per il quale i monaci non erano preparati, era da governarsi ed essere amministrato comunque, senza che se ne trovassero indicazioni e norme nelle regole e nelle consuetudini. Si formarono, a questo proposito, due correnti: da una parte si sosteneva il dovere di rinunciare a quel patrimonio che contrastava con la vocazione del monastero, dall'altra si diceva che siccome era stato il Signore a donare quella ricchezza, era un dovere dei monaci amministrarla a favore dei poveri. Il fine che guidava la corrente innovatrice era ancora quello di Pier Damiani: di far concorrere la vita monastica all'elevazione morale e sociale degli uomini in generale, e delle plebi in particolare.


Prima dell'anno 1000, quando si aspettava imminente la fine del mondo con il ritorno di Cristo, si pensava che valesse la pena dedicarsi alle cose della terra; la ricchezza era disprezzata come ciò che il diavolo diffondeva tra gli uomini e faceva ambire per portarsi l'anima all'inferno. Una volta cessata quella grande paura, all'insicurezza e agli scompigli provocati dalle ondate barbariche subentrano voglia e piacere di vivere, di moltiplicarsi e di riorgannizare la convivenza, la ricchezza non era ritenuta più un male: purché la terra e i beni ch'essa produceva, anche il denaro, non fossero finalizzati al godimento di alcuni ad esclusione di altri ma alla felicità di tutti coloro che ne avevano bisogno. La ricchezza aveva senso e si poteva accettare alla sola condizione che fosse destinata a soccorrere la miseria. Il fine che doveva presiedere alla gestione del patrimonio avellanese non doveva essere quindi quello dell'arricchimento, ma quello della liberazione dall'indigenza dei più poveri, della loro elevazione ad un tenore di vita degno dell'uomo. La regola aurea dell'amministrazione avellanita è quella che la terra procudesse il più e il meglio possibile, e cioè quella della conservazione e valorizzazione del fondo, della sua massima redditività. Per ottenere ciò i monaci si impegnavano in buon numero nella sorveglianza, nella direzione dell'azienda agraria, nella organizzazione del lavoro; insegnavano la socialità, lo scambio di informazioni e di esperienze, l'aiuto reciproco nella esecuzione dei grandi periodici lavori. L'esempio forse più significativo di questa nuova cooperazione fu l'istituzione dell'"hospitale", a cui erano demandate le cure degli infermi, il soccorso ai lavoratori e la fornitura di viveri per i più bisognosi. L'hospitale diventò quindi l'elemento ulteriore e di maggiore coesione per la popolazione sparsa nei campi. I monaci guidavano, in maniera fraterna, le grandi fatiche nei campi insieme ai lavoratori. Gli avellaniti si ispiravano ad ideali e si proponevano intenzioni nuove: erano pienamente consapevoli di voler cambiare i rapporti sociali, di stimolare gli uomini alla solidarietà più intensa e larga, alla consapevolezza della propria e comune dignità umana. Sapevano di stare facendo una rivoluzione pacifica ma vera. Fonte Avellana si ritagliò e si assunse, nel panorama aspro e convulso dei secc. X-XIV, questo programma lungimirante, profetico: inculcare nelle plebi vassalle che la loro istanza di emancipazione economica e politica non era contro Dio, ma un annuncio forte, un vangelo del cristianesimo, nonostante segnali diversi giungessero dalle istituzioni.